social food

Social Food Festival

Sinusoide

Social Food Festival con le cooperative e fattorie sociali di Res-Int protagoniste di uno show enogastronomico alla scoperta di gusti e sapori introvabili ed imperdibili, abbinati ad una rassegna di musiche e canti legati ai territori di provenienza delle fattorie con la presentazione giornaliera dei loro prodotti, delle loro realtà e del loro know-how che affonda le radici in una millenaria tradizione di inclusione, quello che Pasolini chiamava il patrimonio della civiltà contadina.

 

In collaborazione Coldiretti, Regione Veneto

 

Forno D’Asolo
Clarabella
NCO – Nuova Cooperazione Organizzata
AIAB – Associazione Italiana Agricoltura Biologica
Fattoria Zero
Luciana delle Donne
Conca d’oro
Eco Zema
Casa di Anna
M – Bevande Futuriste
Cà Lumaco

Strumenti di attivazione del welfare di comunità : al contratto di rete e come budget di salute

Contratto di Rete
“La Rete dell’Economia Sociale Internazionale”
RES – INT

 

Res-Int: Cos’è

 

Il contratto di rete Res-Intsi è costituito nel 2013, ai sensi della L. 9 aprile 2009 n. 33, con l’aggregazione di imprese,enti e organizzazioniche intendono esercitare in comune una o più attività economiche rientranti nei rispettivi oggetti sociali allo scopo di accrescere la reciproca capacità competitivamente sostenibile sul mercato, raggiungendo gli obiettivi di innovazione di prodotto e di processo, responsabilità sociale d’impresa, welfare comunitario.

 

Finalitàdel Contratto di Res-Int è, dunque, l’acquisizione e l’implementazione di un innovativo strumento destinato a migliorare il livello di qualità del sistema produttivo e del welfare comunitario con specifica attenzione alla responsabilità sociale d’impresa dei soci aderenti attorno ad un progetto condiviso con particolare riferimento ai settori di:

 

· turismo sostenibile e accessibile,

 

· agricoltura responsabile e biologica,

 

· design ecologico e sociale,

 

· energia rinnovabile e efficientamento energetico.

 

Il contratto di rete permette da un lato il mantenimento dell’indipendenza e dell’identità delle singole imprese partecipanti, dall’altro il miglioramento della dimensione necessaria per competere sui mercati globali valorizzando ciò che non si può delocalizzare, ovvero il territorio.

 

Si tratta, pertanto, di uno strumento specificamente adatto al tessuto imprenditoriale italiano, composto da micro, piccole e medie imprese, molto importanti per efficacia ed efficienza ma spesso impossibilitate a sviluppare singolarmente programmi di innovazione strategica, di crescita sostenibile, di marketing strutturale e di vendita internazionale di prodotti, in particolare nei settori dell’agricoltura, dell’artigianato, dell’enogastronomia, dell’ospitalità, della ricettività, dei servizi e del turismo in genere.

 

Come funziona

 

Il contratto di rete è gestito da un Ente gestore, che ne è il legale rappresentante, ed è regolamentato da un Regolamento che disciplina le modalità di adesione e quelle con cui ne vengono applicati gli obiettivi, in riferimento a specifici ambiti di programmazione e di attività. In particolare, gli ambiti di programmazione e attività di Res-Int, in qualità di general contractor per conto e nell’interesse dei propri soci, riguardano l’ideazione e la realizzazione di progetticontenenti innovazione di prodotto e di processo, responsabilità sociale d’impresa e welfare comunitario nei citati settori di particolare riferimento ed in eventuali altri.

 

Adesione

 

L’adesione al contratto di rete Res-Int si effettua previa presentazione per iscritto di richiesta in merito all’Ente gestore (anche via mail) e suo accoglimento della stessa con ratifica del comitato di gestione come previsto dall’art. 6 del contratto di rete e dell’art. 6 del relativo regolamento.

 

L’adesione prevede il versamento in un fondo patrimoniale comune finalizzato al funzionamento gestionale e progettualedella rete, o mediante compensazione di prodotti e/o servizi in relazione alla programmazione progettuale, di una quota d’ingresso e di successive quote annuali da parte del socio e contabilizzabili nel suo bilancio come Responsabilità Sociale d’Impresa, quote definite per scaglioni di fatturato relativo all’anno fiscale precedente, come di seguito riportato:

 

– per soci con fatturato pari o inferiore a € 300.000,00 una quota di ingresso di € 750,00 e una quota annuale pari allo 0,5 per mille del fatturato, entrambe da conferire in denaro al fondo patrimoniale comune o mediante compensazione di prodotti e/o serviziper importo equivalente;

 

– per soci con fatturato pari o inferiore a € 1.000.000,00 una quota di ingressodi € 2.500,00 e una quota annuale pari allo 0,5 per mille del fatturato, entrambe da conferire in denaro al fondo patrimoniale comune o mediante compensazione di prodotti e/o serviziper importo equivalente;

 

– per soci con fatturato superiore a € 1.000.000,00 una quota di ingresso di € 5.000,00 e una quota annuale pari allo 0,5 per mille del fatturato, entrambe da conferire in denaro al fondo patrimoniale comune o mediante compensazione di prodotti e/o serviziper importo equivalente.

 

N.B.: A tali modalità di adesione e relativo conferimento possono essere ammesse derogheda parte dell’Ente gestore a fronte di motivate richieste da parte dei soci per particolari e congiunturali esigenze.

 

Inoltre, sia la quota di ingresso che la quota annuale possono subire variazioni deliberate dal Comitato di Gestione in sede di programmazione progettuale.

 

RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA & WELFARE DI COMUNITÀ

 

Senso e prassi della responsabilità sociale di un’impresa sono determinanti fondamentali del livello di welfare-benessere di una comunità, così come senso e prassi del welfare di una comunità sono strettamente dipendenti dal livello di responsabilità sociale delle imprese ad essa collegate.

 

In effetti, i moderni concetti di Responsabilità Sociale d’Impresa e le moderne pratiche di Welfare nascono e crescono parallelamente allo sviluppo della società industriale e trovano esemplificazionecon l’attività di alcuni grandi imprenditori capostipiti di tali concetti e pratiche: tanto per fare un esempio italiano, con Adriano Olivetti ed il suo progetto culturale, sociale e politico di grandissimacomplessità, la “Comunità”, dove fabbrica e territorio sono indissolubilmente integrati in un disegno comunitario armonico, una sorta di “geometria del benessere” citando Bruno De Finetti.

 

La Responsabilità Sociale d’Impresa è entrata formalmente nell’agenda dell’Unione Europea apartire dal Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000, dove è stata considerata come uno degli strumenti strategici per realizzare una società più competitiva e socialmente coesa e per modernizzare e rafforzare il modello sociale europeo.

 

Nel Libro Verde della Commissione Europea, edito nel 2001, la responsabilità sociale è definita come: “L’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali e ambientali delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate”.

 

Essa va oltre il rispetto delle prescrizioni di legge e individua pratiche e comportamenti che un’impresa adotta su base volontaria, nella convinzione di ottenere dei risultati che possano arrecare benefici e vantaggi a se stessa e al contesto in cui opera.

 

Particolare attenzione viene prestata ai rapporti con i portatori d’interesse (stakeholder):collaboratori, fornitori, clienti, partner, comunità e istituzioni locali, realizzando nei loro confronti azioni concrete.

 

Ciò si traduce nell’adozione di politiche aziendali in grado di conciliare gli obiettivi economici conquelli sociali e ambientali del territorio di riferimento, in un’ottica di sostenibilità futura.

 

Attualmente, la strategia europea in materia di RSI si articola attorno alla tre priorità per la crescita di Europa 2020:

 

• crescita intelligente: sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione;

 

• crescita sostenibile: promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verdee più competitiva;

 

• crescita inclusiva: promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale.

 

Come si vede, priorità strettamente legate al welfare de

 

La quota di lavoratori che ogni datore di lavoro deve avere in forza, detta “quota di riserva”, è naturalmente definita in relazione alle dimensione dell’impresa o dell’ente:

 

 un lavoratore, se il numero dei dipendenti è compreso fra i 15 e i 35;

 

 due lavoratori, se il numero dei dipendenti è compreso fra i 36 e i 50;

 

 il 7% dei lavoratori occupati se il numero dei dipendenti è superiore a 50.

 

La normativa, recentemente innovata dal legislatore (eliminazione del principio di gradualità e inasprimento delle sanzioni per mancato adempimento), ha il merito di tutelare i soggetti portatori di disabilità partendo dal presupposto che a minorazione fisica, psichica e/o sensoriale non corrisponde sempre e comunque una riduzione delle capacità lavorative.

 

Tuttavia, nonostante le aziende possano usufruire di incentivi, supporto tecnico ed agevolazioni fiscali e sia possibile ricorrere a strumenti tecnici alternativi all’assunzione per ottemperare all’obbligo, i dati che emergono dalla settima relazione al Parlamento sull’attuazione della legge peril diritto al lavoro dei disabili certificano un quadro occupazionale molto difficile.

 

Il documento, aggiornato al 2013 (segno di una tracciabilità del fenomeno ancora limitata), riporta 676 mila lavoratori iscritti agli elenchi unici provinciali del collocamento obbligatorio (68 mila di nuova iscrizione).

 

Gli avviamenti al lavoro sono risultati pari a 18.295 unità, il risultato più basso dal 2004, da quandocioè vengono censiti e diffusi i dati sull’attuazione della legge. In pratica solo uno su quattro deidisabili che si iscrivono alla lista del collocamento obbligatorio trova effettivamente un lavoro (senza contare gli iscritti di lungo periodo).

 

Se si considera un orizzonte temporale più allargato, dal 2007 al 2013 c’è stato un sostanzialedimezzamento degli avviamenti annuali che peraltro vengono contrattualizzati sempre più spesso con formule a tempo determinato (la quota è passata dal 30,6% del totale nel 2008 al 57,7% di fine 2013).

 

Crescono, invece, gli esoneri e le richieste di sospensione temporanea dagli obblighi di assunzione dei disabili.

 

Se la crisi economica che ha investito l’intero Paese ha giocato sicuramente un ruolo importantenella costruzione di questo scenario, minando la tenuta del tessuto economico e allentandol’inclusività sociale specialmente rispetto a categorie più fragili come i lavoratori disabili, va presoatto della difficoltà che molte imprese manifestano nel sostenere questo tipo di inserimentoall’interno del proprio assetto organizzativo.

 

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Si rende dunque necessario, oggi come non mai, ragionare su meccanismi che possano potenziare gli strumenti attualmente previsti dalla norma e studiare ulteriori percorsi di inserimento attraverso modalità innovative.

 

Questo perché, accanto alle rilevanti questioni etiche e sociali, la disabilità è anche e soprattutto una questione economica: un tasso di disoccupazione tra le persone disabili pari all’80% (come stimato dalla Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) significa un mancato impiego dirisorsa umana – forza lavoro – capacitazione individuale che, sulla base delle proprie specifiche abilità, conoscenze e capacità, può contribuire alla creazione produttiva e pro-attiva di valore economico, capitale sociale e welfare comunitario.

 

Con ciò ribaltando l’idea che la fornitura di un servizio socio-sanitario (per mano pubblica o permano privata) sia un’azione che si esaurisce in sé stessa e che, da un punto di vista socio-economico, vede l’assistito come oggetto passivo di un’attività che non crea valore aggiunto mabrucia risorse generate in altre aree socio-economiche e che dunque si traduce solo in un costo a perdere.

 

STATUS QUO

 

Se l’assunzione diretta del lavoratore disabile da parte dell’impresa soggetta ad obbligo, tramite un progetto occupazionale elaborato e calibrato sulle potenzialità, rappresenta l’aspirazione ottimale acui tendere, è evidente che esiste una moltitudine di casi e di ragioni, soprattutto individuali esettoriali, per cui il “mach” (l’incontro tra domanda e offerta di lavoro) può funzionare condifficoltà.

 

In tutti questi casi le imprese percepiscono la normativa come un’imposizione ulteriore rispetto a uno scenario competitivo già fortemente vincolato da imposizioni contributive e il rischio è di non raggiungere un proficuo inserimento che risulti a vantaggio sia del lavoratore, in termini di soddisfazione professionale ed integrazione lavorativa, che del datore di lavoro sotto il profilo produttivo.

 

La norma, in realtà, prevede ulteriori strumenti per ottemperare all’obbligo, ma si tratta di opzioniche non hanno riscosso grande successo.

 

In particolare, è interessante rilevare lo scarso utilizzo della Convenzione per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità attraverso l’affidamento di una commessa di lavoro acooperative sociali di tipo B (art. 14 D.Lgs. 276/2003).

 

Si tratta di un percorso di inserimento che richiede un importante coordinamento tra più soggetti (Servizio pubblico socio-sanitario, Agenzia del lavoro, azienda committente e cooperativa sociale) e potrebbe rappresentare, nelle intenzioni del legislatore, una potenziale soluzione per garantire alla persona disabile un ambiente di lavoro più consono alle sue attitudini e abilità, necessità e aspettative.

 

Rispetto a quanto previsto dal citato art. 14 D.Lgs. 276/2003, sulla base dell’esperienza delleimprese sociali plurime o di tipo B facenti parte di Res-Int e attive praticamente in tutta la penisola,si evidenzia una difficoltà strutturale nell’attuazione di tale norma, per tre ordini di fattori inparticolare:

 

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1. la marginalità finanziaria e la residualità imprenditoriale delle commesse oggetto delle Convenzioni per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità, elementi che inibiscono la crescita delle cooperative e l’implementazione di reali piani d’impresa da parte di queste sia sulversante della sostenibilità economica sia su quello del welfare comunitario in coerenza con le loro mission statutarie, determinando semplicemente una loro immissione nel mercato del lavoro in termini meramente competitivi e concorrenziali con prezzi al ribasso e conseguenti ripercussioni su qualità complessiva dei prodotti/servizi e delle risorse umane in particolare;

 

2. la parzialità della presa in carico delle persone con disabilità e/o con bisogni socio-sanitari da parte delle imprese sociali unicamente sul versante lavorativo, quando – nella variegata tipologia di disabilità e di bisogni socio-sanitari – è scientemente noto che la maggior parte di queste persone presenta esigenze di presa in carico, accompagnamento ed integrazione anche sui versanti abitativi, affettivi, apprenditivi, espressivi, formativi, socializzanti (come disciplinato dall’OMS nel 2001 con l’introduzione dell’ICF International Classification of Functioning, Disability and Health e come giàrecepito nel PSN 2003-2005), parzialità che determina così frequenti fenomeni di drop-out e ulteriore emarginazione;

 

3. la diffusa mancanza di conoscenza teorica e la conseguente carenza di utilizzo pratico, da parte di tutti i soggetti coinvolti dal citato art. 14 D.Lgs. 276/2003 (Servizio pubblico socio-sanitario, Agenzia del lavoro, azienda committente e cooperativa sociale), rispetto a metodi e dispositivi già sperimentati in tali ambiti ed in differenti contesti con esiti positivi in termini sia di efficacia che diefficienza, mancanza e carenza determinate anche dall’assenza di specifiche norme legislative a livello governativo e quindi nazionale in merito.

 

METODI E DISPOSITIVI – AMBITI DI MIGLIORAMENTO

 

In relazione a questi tre ordini di fattori di criticità, attraverso la ricognizione degli strumenti e dei dispositivi attualmente utilizzati a livello internazionale in particolare per quanto riguarda i fattori 2. e 3., sono stati individuati due dispositivi finalizzati alla presa in carico delle singole persone in condizioni di disabilità e/o di bisogno socio-sanitario, predisposti in funzione dei diversi livelli di autonomia individuale e di condizioni socio-sanitarie di tali persone e la cui applicazione prevedel’intervento attuativo da parte di imprese sociali, considerate la loro complessità e la tipologia dirisorse umane coinvolte:

 

a) l’IPS (Individual Placement and Support), tecnica già consolidata negli Stati Uniti, e sperimentata in Italia in Emilia Romagna in ambito psichiatrico con ottimi risultati: circa lametà delle persone sostenute con questo metodo ha raggiunto entro tre mesi un’attivitàlavorativa nel libero mercato e circa un terzo l’ha mantenuta per oltre un anno.

 

La tecnica si basa sul fatto che l’assunzione di una posizione lavorativa con le relativeresponsabilità e gratificazioni economiche è il segno più tangibile di inclusione sociale e haeffetti notevoli sull’autostima, sul benessere relazionale e sull’autonomia personale.

 

Attraverso questa tecnica persone con disabilità e/o bisogni socio-sanitari possono accedere a un lavoro competitivo, fuori dalla rete di benefici sociali pur garantiti dallo Stato.

 

Se i percorsi protetti di inserimento lavorativo, dopo una lunga fase di formazione,raramente portano a un’assunzione nel mercato competitivo, il programma IPS mira a ottenere un’assunzione in tempi rapidi (meno di sei mesi), basandosi sul sostegno individuale e su una valutazione concreta delle abilità della persona.

 

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Professionisti specializzati affiancano l’utente nella ricerca del lavoro, vagliando leopportunità esistenti sul mercato locale senza sostituirsi a lui, gli forniscono suggerimenti e lo aiutano in tutte quelle operazioni che servono per raggiungere le mete pattuite (dalla preparazione del curriculum alla simulazione di colloqui di lavoro, dalla ricerca sulle fontiinformative all’accompagnamento qualora l’utente sia molto emotivo).

 

La responsabilità dell’inserimento lavorativo e della ricerca di una posizione professionale non grava più sull’ente pubblico, che fino a oggi si è fatto carico dell’accoglienza di personesvantaggiate nel mondo del lavoro con borse lavoro, tirocini, inserimenti in cooperative di tipo B e vari meccanismi collegai alla legge 68/99.

 

Il metodo IPS motiva l’utente, non lo connota come paziente ma come persona, con dellepreferenze, dei desideri e delle ambizioni, e lo mette in grado di ricevere una reale soddisfazione professionale;

 

b) il BdS (Budget di Salute), tecnica già consolidata in molte Regioni italiane (alcune l’hanno decretata norma di legge) nell’ambito della salute mentale, delle tossicodipendenze, del re- inserimento socio-lavorativo di ex-carcerati, dei minori in stato di abbandono e disagio, etc.

 

Il Budget di Salute, inteso proprio nel senso etimologico di “piano finanziario per il benessere”, è l’unità di misura indicante quante/quali risorse umane, tecnico/professionali,economico/finanziarie e per quanto tempo si devono investire per realizzare Progetti Terapeutici Riabilitativi Individualizzati (PTRI) con attesa di recovery probabilistica alta e basata sulla valutazione di ipotesi soggettive condivise (casa, lavoro, socialità, affettività).

 

Dentro a questa unità di misura, il Budget di Salute si configura non come prestazione a sé stante, bensì come progetto personalizzato da realizzarsi con la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti, dalla persona al contesto territoriale e comunitario di riferimento e intervento, orientando la presa in carico, il progetto individuale e le risorse verso obiettivi esterni, esplicitati ex ante, come aree/diritti problematici o a rischio su cui investire: casa/habitat sociale, formazione/lavoro, affettività/socialità, apprendimento/espressività.

 

È noto e scientemente appurato, infatti, che l’esito prognostico positivo è correlato con la modifica della qualità dell’habitat istituzionale e sociale insieme con persone affette da gravimalattie croniche e/o disabilità sociale.

 

Sotto il profilo metodologico, il Budget di Salute è parte fondante e integrante del PTRI promosso, gestito e monitorato in maniera integrata e concordata tra la singola persona, gli operatori pubblici, quelli del privato sociale, gli eventuali tutori e/o i civilmente obbligati, lefamiglie, attraverso l’intreccio tra l’iniziativa pubblica e le risorse comunitarie con unapproccio olistico per la presa in carico della singola persona nella sua interezza.

 

Sotto il profilo economico-finanziario, il Budget di Salute corrisponde alla dotazioneeconomica (rette, prestazioni tariffate, altri dispositivi di legge) che l’Ente Pubblico co- programma, co-gestisce e co-produce con le compagini sociali e imprenditoriali idonee in grado di co-produrre i diritti alla casa (in possesso reale e nominale), al lavoro (nelle formepreviste dalla normativa vigente), all’affettività-socialità (la persona in budget di salute può divenire socio del co-gestore).

 

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Alla stipula del contratto del Budget di Salute il soggetto terzo obbligato si impegna a utilizzare tale dotazione come leva finanziaria in investimenti di tipo abitativo/sociale/lavorativo finalizzati al benessere della singola persona e corrispondenti al suo PTRI.

 

In corrispondenza a ciò la co-gestione dei budget di salute è riservata a compagini sociali eimprenditoriali che hanno nel proprio statuto e/o nella propria mission l’integrazionelavorativa-sociale-abitativa delle persone come da art 4 L.381/91 e da art. 14 D.Lgs.276/2003, di altre previste dalle normative regionali, nazionali, comunitarie per le fasce deboli.

 

Sotto il profilo temporale, il Budget di Salute segue e corrisponde la tempistica dei PTRIcon l’obiettivo primario di realizzare la domiciliarità (anche ad hoc ricostruita riutilizzando in primis i beni confiscati e quelli comuni di proprietà pubblica abbandonati o sottoutilizzati) di cure e interventi, predisponendo sempre forme alternative alle strutture protette, in iso-risorse ed iso-temporalità rispetto ai PTRI corrispondenti, e con l’obiettivo di trasformare, diminuire o annullare l’intensità dell’accreditamento strutturale costi/tariffe deiPTRI.

 

Sotto il profilo normativo, il Budget di Salute si configura come un contratto atipico dinatura privatistica, fondato sull’istituto giuridico della Negotiorum Gestio (disciplinato dagli art. 2028 e seguenti del Codice Civile), mediante il quale una persona che abbia difficoltà a acquisire e/o mantenere le abilità necessarie a una integrazione sociale soddisfacente, dietro corrispettivo del trasferimento di una dotazione economica, ottiene da parte di terzi ilpossesso di strumenti, beni e servizi in grado di garantirle l’accesso ai diritti a casa, lavoro,socialità.

 

Il contratto civilistico viene stipulato tra la persona, il co-gestore e il servizio pubblico e per presa visione dai famigliari e/o dai civilmente obbligati, contiene i reciproci impegni e tramite esso la persona in budget di salute trasferisce alla compagine sociale di cui diventasocia l’importo economico del budget con modalità e finalità mutuali e sussidiarie. Il contratto è inviato al giudice tutelare competente.

 

Con tale dispositivo le persone in Budget di Salute diventano al contempo soci fruitori e sovventori delle compagini sociali assumendo contrattualità di merito in riferimento alle attività di dette compagini.

 

Il PTRI basato su Budget di Salute si configura come un project financing personalizzato dove il sistema pubblico investe le risorse umane, professionali ed economiche equivalenti al PTRI di un proprio utente e l’impresa sociale investe le risorse umane, professionali edeconomiche corrispondenti utilizzando il Budget di Salute della singola persona utente come leva finanziaria in investimenti di tipo abitativo/sociale/lavorativo finalizzati al benessere della medesima persona e collimanti con il suo PTRI.

 

Contrattualmente la dotazione economico-finanziaria fissata dal Budget di Salute vienegestita dall’impresa sociale contraente con la diligenza del buon padre di famiglia nell’interesse e per il benessere della persona fruitrice.

 

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FINALITÀ E SCOPI DI PROGETTO

 

Finalità del presente percorso progettuale è quello di individuare, a partire dai meccanismi esistenti,formule alternative di supporto all’inserimento lavorativo di persone appartenenti alle categorie protette che possano innalzare i parametri di welfare e di coesione sociale e nondimeno i livelli occupazionali di un dato territorio e delle comunità che vi vivono.

 

Il percorso è dunque teso a potenziare l’incisività della legge 68/99 e, al contempo, studiare lafattibilità tecnica e realizzare l’implementazione attuativa di uno strumento prototipo in grado di alimentare welfare comunitario e coesione sociale, generando ricadute positive sul territorio in termini di crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva attraverso la responsabilità sociale delle imprese.

 

Al fine di ottimizzare i risultati del progetto, si ritiene importante circoscrivere l’ambito territoriale all’area metropolitana di Venezia ed a specifici settori produttivi, individuando in particolare quelloturistico, settore “pesante” dell’area di riferimento in quanto Venezia è tra le principali destinazionituristiche e mete di visita a livello mondiale con circa 25milioni di presenze annue e con i corrispettivi fatturati economici di aziende ricettive, ristorative, di servizi e dell’indotto nonché coni corrispettivi ricavi erariali e costi pubblici in termini di gestione del territorio e salvaguardia dell’ambiente.